Ecco come gli zoo rendono i bambini insensibili. Un’intervista ad Annamaria Manzoni

 

 

 

 

Annamaria Manzoni è psicologa e psicoterapeuta, ipnositerapista e grafoanalista. Ha lavorato nell’ambito della tutela minorile. È autrice di articoli pubblicati su riviste di psicologia e di libri imperniati sui meccanismi alla base del rapporto con gli altri animali: Noi abbiamo un sogno, In direzione contraria, Tra cuccioli ci si intende, Sulla cattiva strada e Il contagio della violenza. È autrice di un documento sulle valenze anti-empatiche degli spettacoli basati sull’abuso di animali, sottoscritto da centinaia di psicologə, tra cui alcuni nomi prestigiosissimi del panorama internazionale. In questa intervista Annamaria mette in luce come gli zoo, gli zoo safari e i bioparchi siano diseducativi per lə bambinə.

 

 

 

 

 

Tantə e notevolə psicologə, circa 850, hanno firmato un documento scritto da te, in cui esorti le persone a non andare allo zoo, al circo e alle sagre, perché in questi luoghi che, secondo le statistiche, sono mete diffuse per gite scolastiche e familiari, lə bambinə possono ricevere dei messaggi sbagliati e contrastanti. Ci potresti dire quali, secondo i tuoi studi, sono i messaggi che lə bambinə ricevono in questi luoghi?

Sì, il documento è stato sottoscritto da molte centinaia di psicologə, italianə e non: il fatto che tra questə compaiano nomi assolutamente prestigiosi, conferisce particolare autorità al suo contenuto.

Nel documento vengono in primo luogo richiamate alcune premesse basilari, vale a dire che la coesistenza con gli animali non-umani è un’esigenza profonda e autentica della specie umana; che le relazioni che stabiliamo con loro sono elementi in grado di incidere sull’emotività e sul pensiero; che il rapporto con loro è elemento di indiscussa importanza nella crescita, nella formazione, nell’educazione dellə bambinə. Ne consegue che è lecito nutrire preoccupazioni rispetto alle conseguenze sul piano  pedagogico, formativo, psicologico della frequentazione dellə bambinə di tutti quei contesti che comportano abusi sugli animali: il riferimento esplicito è alle manifestazioni, numerosissime anche in Italia, quali le sagre, in cui obbligarli a comportamenti in contrasto con le loro caratteristiche di specie è fonte di sofferenza e terrore; ai circhi, dove sul palco viene messa in onda la sottomissione e l’umiliazione degli animali all’uomo e, dietro le quinte, un crudelissimo tirocinio all’obbedienza; agli zoo dove, per l’intrattenimento del pubblico, vengono esibiti animali allontanati dal loro ambiente naturale, imprigionati in gabbie o spazi inidonei.

Tali contesti, lungi dall’offrire e incentivare la conoscenza della realtà animale, sono veicolo di un’educazione al non rispetto per gli esseri viventi, inducono al disconoscimento dei messaggi di sofferenza, ostacolano lo sviluppo dell’empatia, che è fondamentale momento di formazione e di crescita, in quanto sollecitano una risposta incongrua, divertita e allegra, alla pena, al disagio, all’ingiustizia.

Dal momento che il compito fondamentale dellə psicologhə è quello di promuovere il benessere, nel suo significato più ampio, dell’individuo, del gruppo, della comunità, lə firmatarə auspicano e sostengono un radicale cambiamento di costume che porti a inquadrare qualunque forma di abuso sugli animali, perpetrato per divertimento, come inaccettabile dal punto di vista etico e potenzialmente nocivo dal punto di vista educativo.

 

 

 

 

 

Ultimamente vi è stata un’evoluzione nella proposta commerciale nel mondo degli zoo: si è passatə dagli zoo con gabbie, agli zoo safari (in cui lə visitatorə effettuano la visita nella propria autovettura), ai cosiddetti “bioparchi” (ne è un esempio ZOOM, il “bioparco” di Cumiana, nel torinese), in cui alle gabbie si sostituiscono riproduzioni artificiali e ipersemplificate degli habitat naturali. Alcuni studi [1] evidenziano come ambienti più “naturali” e privi di gabbie visibili siano accettati di buon grado dallə visitatorə, che li collegano a un maggior benessere degli animali, anche se sappiamo che così non è. Si può dire che la manipolazione della percezione dellə visitatorə sia funzionale a rendere maggiormente tollerabili questi luoghi e a eliminare dissenso e critiche? Puoi spiegarci meglio qual è la relazione tra ambiente, percezione e costruzione della realtà? 

Gli zoo classici, con gli animali chiusi nelle gabbie, sono entrati definitivamente in crisi nel mondo occidentale e in modo sempre più definito a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, quando la crescita dei movimenti animalisti, la diffusione di una nuova sensibilità, l’idea stessa di benessere animale hanno cominciato a rendere inaccettabile lo spettacolo di animali in gabbia, che nessuna mistificazione della realtà poteva più descrivere come ben adattati a quelle che erano indiscutibilmente delle prigioni. Gli zoo si sono quindi letteralmente “allargati” agli zoosafari, con l’eliminazione delle gabbie e la costruzione di ambienti che si sforzavano di apparire simili a quelli naturali. Dagli anni ’90, con i bioparchi (attualmente in Italia ne esistono una decina) si è cercato di spostare l’attenzione sulla conservazione delle specie in pericolo di estinzione: è aperto il dibattito su come l’approccio tipo Arca di Noè si stia dimostrando del tutto inadeguato alla salvaguardia delle specie; nonché quello filosofico sulla liceità o meno di assoggettare l’interesse di un singolo individuo animale a quello della sua specie.

Rimanendo alla superficie del dibattito è fuori discussione che gli zoo e i loro correspettivi acquatici, delfinari e acquari, sono enormi business commerciali, in grandissima parte del tutto indifferenti al benessere animale. Ma anche ciò che si verifica nei bioparchi è in parte sulla stessa linea: basti pensare alle stupefacenti proposte che vengono offerte al loro interno per divertire lə bambinə (e lə adultə), quali il bagno con i pinguini o la possibilità che lə bambinə pitturino sul carapace di tartarughe giganti, nonché lezioni di falconeria. Risulta chiaro come gli animali siano totalmente asserviti all’interesse umano.

Per quanto riguarda le fattorie didattiche, si tratta di un grande imbroglio al servizio del mantenimento dello status quo: lə bambinə vengono portatə ad un’allegra scampagnata dove il contatto con gli animali che sono lì rinchiusi e destinati al macello viene spacciato per apprezzabile esperienza amicale. Si sfrutta la loro naturale attrazione per gli animali in generale e li si tiene all’oscuro del vero scopo e dell’essenza delle fattorie, sostenendo se mai le immagini pubblicitarie della mucca felice e di tutti gli altri al seguito. Di didattico ben poco, di mistificatorio tanto.

Ben diverso il ruolo dei rifugi: prima di tutto ospitano animali salvati da maltrattamento e morte, e proprio il fatto di essere costruiti sull’idea di un’ingiustizia da riparare attribuisce loro anche un valore intrinseco e un ruolo didattico. Per altro, tra gli animali ospitati non ci sono quelli selvatici o esotici e quindi neppure una falsa ambientazione, che suggerisca l’idea della possibilità di trasferire nei nostri contesti pezzetti di ambienti provenienti da ogni parte del mondo, nell’indifferenza ai bisogni di specie. Solo da questo genere di realtà può giungere allə più giovani un input che sia veramente educativo, se per educazione si intende prima di ogni altra cosa il rispetto per lə altrə, a partire dallə più deboli. Portarvi lə bambinə in visita sarebbe legittimato pedagogicamente, per il sollievo che loro di certo proverebbero nel prendere atto che a volte la linea dell’ingiustizia può essere interrotta e che preoccuparsi della riabilitazione delle vittime può diventare il compito di una vita. In questo caso lə adultə davvero interpreterebbero nel migliore dei modi il senso dell’educazione come accompagnamento al rispetto, alla difesa, all’accoglimento solidale dell’altro.

 

 

 

 

 

Abbiamo visto in uno studio interessato all’opinione dellə bambinə riguardo gli zoo [2] che a volte possono essere le scuole stesse a rinforzare atteggiamenti e pensieri antropocentrici, attraverso una tendenza a sottolineare il ruolo scientifico di queste istituzioni e a negare le controversie associate a questi luoghi, e quindi a rafforzare l’idea che gli zoo siano “normali” e giusti”, che rinchiudere altri animali e disporre di loro per divertimento sia una cosa che non presenta nessuna criticità. Dal momento che uno dei bacini di utenza maggiori per gli zoo sono le scuole, non c’è il rischio che queste possano fallire proprio nel loro compito principale, che non è quello di passare informazioni, ma di sviluppare un pensiero critico? Quant’è importante che la scuola rifletta su questo punto?

Partiamo dalla considerazione che l’autorità dell’emittente, di chi in altri termini sostiene un pensiero, una teoria, una posizione, è fondamentale per fornirle credito. Ora, lə bambinə quanto più sono piccolə, tanto meno sono dotatə di senso critico e anche l’universo morale è in formazione: succede perché la mole di informazioni a disposizione di un individuo è estremamente ridotta nelle prime fasi della vita e va via via arricchendosi, senza che venga mai raggiunto un punto limite. Un discorso analogo è sostenibile anche per quanto riguarda l’etica: come si fa a stabilire quello che è buono e quello che è cattivo? Sono le norme di riferimento, quelle trasmesse all’interno della famiglia, della comunità, dei contesti a sdoganare ciò che deve essere condiviso e accettato e ciò che non deve esserlo, e la trasmissione avviene ancora prima che tramite le spiegazioni, attraverso l’esempio, il modello di comportamento proposto. Lo si capisce bene se si fa riferimento a una qualsiasi situazione, scelta tra le più comuni quale, per restare nell’ambito degli animali non-umani, quella di tenere un cane legato alla catena. Vi sono paesi e contesti in cui si tratta di un’abitudine “normale”, su cui non c’è nulla da eccepire, perché così fan tuttə; e ci sono luoghi dove invece viene proibito per legge o comunque stigmatizzato come azione biasimevole, che non tiene conto della sofferenza inflitta al cane. A seconda che cresca nel primo o invece nel secondo contesto, unə bambinə farà quasi certamente propria l’ottica di cui prende atto perché osservabile ovunque e molto probabilmente vi si adeguerà. All’interno di questo discorso, esistono istituzioni che, per loro stessa natura, fungono da agenzie educative: la scuola è al primo posto. Lì si va per imparare, chi insegna è degno di fiducia. Ora, se la scuola, magari sottraendo tempo ad attività didattiche, organizza gite allo zoo, al delfinario, accompagna lə ragazzə al circo, ciò che si vede e si impara è coperto dal pregiudizio positivo: mi portano qui ad imparare e mi insegnano cose buone. È consequenziale allora che il risultato sia un passaggio di valori e convinzioni, quindi un giudizio di valore positivo: il circo è bello, ci si diverte, ridono tuttə; lo zoo è interessante, si viene qui e si impara. Certo, i tempi cambiano e gli input conoscitivi lə alunnə li ricevono da fonti anche diverse e di taglio opposto; ci sono poi alunnə dotatə di una capacità critica maggiore di altrə, di spirito di osservazione, di autonomia di giudizio, ma sono quellə che vanno contro corrente, impiegando un’energia e risorse personali ben maggiori di quelle diffuse intorno.

 

 

 

 

 

 

 

Negli ultimi due anni, a causa della pandemia globale che ci ha colpitə, con il “lockdown” abbiamo sperimentato in prima persona una reclusione forzata che ci ha tenutə, per mesi, costrettə dentro lo spazio delle mura domestiche. Questo è stato particolarmente difficile per chi, per motivi economici e per estrazione sociale, vive in case particolarmente piccole o per chi è statə costrettə a convivenza forzata e perpetua con diversi membri della famiglia con cui doveva relazionarsi 24 ore su 24. Credi che questa esperienza sia assimilabile a quella degli animali rinchiusi negli zoo, in piccoli spazi vitali che magari devono condividere con molti altri individui (della stessa o di altre specie). Credi che questo possa rendere una minima idea della condizione di reclusione, che nel nostro caso è stata momentanea ma per gli animali si conclude solo con la morte?

Io credo che la prigionia degli animali non-umani negli zoo e comunque in spazi ridotti sia infinitamente più grave e insopportabile di quella che abbiamo vissuto noi durante i lunghi mesi di lockdown. L’osservazione basilare da cui partire è la diversa cognizione di cui noi siamo dotatə: tutto ciò che viviamo è dotato di un significato, semplice o complicato che sia, e l’attribuzione di senso è ciò che sancisce il nostro modo di vivere le esperienze. Mi spiego meglio: durante il lockdown eravamo informatə (per quanto in modo spesso caotico) di quello che stava succedendo, consapevoli che le restrizioni a cui eravamo soggetti avevano una finalità positiva se non addirittura salvifica, speravamo che la durata delle nostre restrizioni fosse quanto più breve possibile. Certamente non tuttə ne abbiamo subito in egual modo le conseguenze: diversa la grandezza e l’accoglienza delle nostre case, l’accordo e il disaccordo con lə nostrə familiari, le situazioni di maggiore o minore solitudine e tanto altro ancora hanno fatto la differenza. Lə bambinə avranno reagito in buona parte in funzione della capacità o meno dellə adultə di mettere in luce anche qualche aspetto positivo. Niente di tutto ciò nelle situazioni di clausura in cui lə non-umani sono costrettə, senza poterne capirne la ragione, con un fine pena che, per quanto ne possiamo sapere della loro diversificata capacità di immaginare un futuro sconosciuto, potrebbe non essere neppure immaginabile. Quanto poi alla nostra capacità di trasferire sullə altrə le nostre esperienze, certo, non mancano umani capaci di identificazione con gli altri, ma quanto più questə altrə sono diversə da noi, tanto meno entra in gioco questa capacità. La drammatica cronaca di questi giorni ce lo indica con chiarezza: al di là di tutte le valutazioni socio-politiche-economiche, lə profughə ucrainə vengono accoltə con una disponibilità ben diversa da quella riservata ad altrə disperatə, che basta il colore della pelle per distanziare. Il che si aggiunge alla considerazione generale che, se davvero fossimo portatə a giudicare la sofferenza degli altri in base al pensiero “…se ci fossi io al suo posto…”, beh davvero saremmo sulla via del superamento di grandissima parte del male a cui costringiamo lə altrə, umanə o non-umanə che siano. Ahimè, non è così.

 

 

 

 

 

[1] Melfi, V., McCormick, W., & Gibbs, A. (2004). A preliminary assessment of how zoo visitors evaluate animal welfare according to enclosure style and the expression of behavior. Anthrozoös Reade; L., & Waran, N. (1996). The modern zoo: How do people perceive zoo animals? Applied Animal Behaviour Science, 47, 109-118; Yılmaz, Serap & Mumcu, Sema & Özbilen, Ali. (2010). Effects of spatial differences on visitor perceptions at zoo exhibits. Scientific Research and Essays, 5.

[2] Almeida, A., García Fernández, B., & Strecht-Ribeiro, O. (2017). Children’s Opinions about Zoos: A Study of Portuguese and Spanish Pupils, Anthrozoös Reade, 30: 3, 457-472.